PARLA IL PRINCIPE ALBANESE CHE SALVÒ MIGLIAIA DI ITALIANI
LA MIA VITA NE VALE 75OO
"Dopo l'8 settembre del '43 spesi una fortuna valutabile in miliardi di oggi per alloggiare, nutrire, curare nel mio regno i vostri militari sbandati", racconta Kujtim-Cakrani, che ora risiede a Vigevano. "Se io non li avessi protetti, sarebbero stati fucilati dai nazisti o dai partigiani" -Credo di avere diritto a una pensione speciale, ma finora il governo di Roma non me l'ha concessa. Devo tirare avanti con 178 mila lire al mese"
LORENZO VINCENTI
Vigevano (Pavia). marzo
L'anonimo condominio sui corso come illuminato da un cartello collocato all'ingresso, sopra la cassetta delle lettere, e ripetuto sulla porta al quarto piano. Laddove di solito si scrive, poniamo: "Rag. Tal dei Tali", qui si annuncia a caratteri dorati: Kujtim Bektash Karahman Bey /Cakrani della Malakastra /Magnanimo e Munifico Benefattore dell'ltalia/ ricambiato dallo Stato italiano / con tale turpe e meschina riconoscenza / che denuncia la sua assoluta mancanza di dignità morale e nazionale / nei con fronti di tanto suo grande benefattore. Una volta ammesso alla presenza del titolare di cotanto nome e di cotanti titoli, esordisco sommessamente:"Altezza". "Lasci stare", mi interrompe lui. Propongo: "Principe". "Lasci stare", ripete lui. Dico: "Signor Kujtim". "Bene, chieda pure". "Dunque, Signor Kujtim, chi è esattamente Lei?" Il mio interlocutore, signore molto distinto e magro, sulla settantina, calvo, bocca sensuale e occhi vivacissimi, risponde col tono paziente di chi è abituato a dare questo genere di spiegazione: "Sono l'ultimo dei Karahmanidi, erede del principato della Malakastra, nell'omonima regione dell'Albania Sudorientale. Illegittimamente spodestato dal regime comunista. La mia famiglia è originaria della Turchia, Asia Minore. Le prime notizie risalgono al 1352. Discendiamo dalla dinastia di Murjusuf, che nel XVI secolo fu creato governatore a vita in Albania dal sultano Selim II col titolo di Bey Bey qui sta per Signore sovrano nell, sue terre, ma vassallo del Sultano dell'Impero Ottomano. Signor Kujtim, con altrettanta esattezza, ci dica che cosa vuole dall'Italia? Il Bey spiega: "Io ho salvato la vita di 7500 soldati italiani che dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 erano stati abbandonati al loro destino, dal governo centrale di Roma, nella Makasra e in altre zone dell'Albania. Chiedo in cambio, che l'Italia salvi una vita sola:la mia. Vorrei poter andare dal tabaccaio o dal droghiere, fare i miei piccoli acquisti e poter dire: "Paga lo Stato". Non chiedo molto, considerato che a suo tempo ho speso per nutrire,alloggiare, curare i vostri soldati l'equivalente in miliardi. Possedevo 50.000 tra buoi e pecore, 173.000 olivi, 80.000 ettari di terreno coltivabile. Avevo perfino creato un ospedale per i malati, pagando di tasca i medici. Si 7.500 italiani sbandati, definiti "traditori" dai tedeschi e "invasori" dai partigiani albanesi: sia gli uni sia gli altri volevano ucciderli. Io li ho salvati".
Signor Kujtim, i quotidiani hanno riferito in questi giorni che le è stata finalmente concessa la pensione sociale: non è soddisfatto?
Il Bey, sconsolato allarga le braccia: "Ma si sopravvivere con la miseria di 178,000 lire al mese? Io già percepisco la pensione minima, che mi spetta in base alle convenzioni Onu sui profughi di guerra e politici. I quotidiani, ora, probabilmente hanno equivocato. Io non ho ricevuto alcuna comunicazione ufficiale, ma la notizia diffusa dall'Ansa di Roma parla, spero, di pensione straordinaria. Questo è il senso della lotta quarantennale che ho intrapreso contro lo Stato italiano: il riconoscimento dei miei meriti speciali con un'assistenza altrettanto speciale. Al nostro colloquio è Giovanna Sisti, venditrice ambulante (vestiti biancheria) a riposo, che il Bey definisce, con felice sintesi, così: Mi ospita e governa.. La signora annuisce, spiega che l'illustre ospite ha il braccio destro parzialmente paralizzato e la salute incerta; c'è bisogno di infermiera, di medicine, di un minimo di assistenza.
NELL'HAREM
"Signor Kujtlm, ricorda, da questo suo rifugio nella Vigevano industriosa, il castello avito in Albania?" Il Bey ha un sussulto e i suoi occhi luccicano mentre racconta: "Il nostro castello aveva quattro torri che dominavano i colli, boscosi e digradanti. Tutto intorno. Dentro, saloni e sale con armi, mobili antichi, tappeti orientali, scrigni di gioielli, sete. Io ero il Piccolo Bey. Con mio padre, il Grande Bey, con la Begum mia madre e le mie tre sorelle si pranzava lietamente discorrendo tutti insieme, accuditi da uno stuolo di servitori. Io tornavo immancabilmente da qualche battuta di caccia: cinghiali, volpi, tordi e via discorrendo. Quando c'erano ospiti maschi le donne si ritiravano nell'harem e noi uomini restavamo nel sala melek a parlare di avventure sentimentali. Soltanto noi avevamo la radio, il popolo viveva come nel Medioevo. Mancavano strade, i treni, il telefono".
La sua famiglia era amica di re Zog?
"Al contrario. Mio padre nel 1913-1914 aveva favorito il principe Ledesco Guglielmo di Wied, chiamato a regnare in nome della concordia nazionale, ma osteggiava Ah-Zor", il presidente della repubblica proclamatosi re col nome di Zog (nel 1928). Zogu voleva ucciderci. Nel 1939, quando avvenne l'invasione italiana, noi chiamavamo"liberatori" i vostri soldati. Poi qualcuno di loro si abbandonò alle violenze, specialmente verso le donne. Nacquero rancori, vendette.
"BUON TESTIMONE"
Cosa faceva durante la guerra? "Durante. la guerra ero ufficiale. Quando le truppe italiane d'occupazione sbandarono, io divenni per i miei un punto di riferimento: il comandante generale, nella regione, dei partigiani nazionalisti (l'annata nazionalista aveva agli inizi, in tutta l'Albania, 35.000 soldati). I miei uomini catturarono dapprima un inéro reparto italiano, il 151 battaglione mitraglieri della divisione Perugia, che vo levano fucilare in blocco: erano 500 uomini al comando del tenente colonnello Rubino Rubini. In dicembre ho soccorso il tenente Umberto D'Amore, del Reggimento cavaleggeri del Monferrato, che era stato catturato nella zona di Spathari insieme col maggiore Rosario Lauria, col sergente Mureddu, coi cavalleggeri Lovagnini, Signorini, Mozzarelli. Furono scortati fino al mio quartier generale, a Therepel, con richiesta di passarli per le armi. Io, musulmano, ho salvato dai partigiani comunisti padre Daniele Barbiellini Amidéi, superiore dei Basiliani in Albania, con vari missionari e suore".
Perché si prodigava in favore del nemico dl ieri, dell'invasore?
"Veniva un vostro Capitano ferito, stremato, a chiedere aiuto: avrei dovuto ucciderlo? Ho sempre amato l'Italia. Avevo frequentato il ginnasio-liceo a Brindisi e l'università a Bologna. Italiana era stata la mia balia, Edelmina Caravaglio.
Fino a quando è durata la sua attività di gran protettore?
"Dal settembre 1943 al novembre 1944, poi riparai cori i miei uomini a Tirana, l'unica rimasta libera. Allorché i partigiani comunisti giunsero nei sobborghi della capitale trattai nell'intento di mettere in salvo mia moglie Rukiye e nostro figlio Scander, che aveva appena 13 mesi. Ebbi il torto di fidarmi, mandai la mia auto senza scorta (di solito la facevo precedere uscire da due camioncini 1100" con mitraglie). Rukiye, tanto bella e tanto giovane, fu uccisa con una sventagliata di mitra; al piccolo Scander spaccarono la testa con una pietra. I comunisti mi mandarono indietro l'autista con un messaggio: ero considerato un nemico del popolo, un criminale di guerra, avrei fatto la stessa fine. Invece sfuggii loro di mano all'ultimo istante coprendo d'oro un contrabbandiere, che mi portò in Jugoslavia, e un pescatore, che mi traghettò a Brindisi..
"ALTEZZA. VADA VIA"
Ha avuto notizie sulla Sorte della sua famiglia? "Tutti morti, Papà Lucilato dai comunisti nel 1946, benché avesse già 73 anni; le mie tre sorelle nascoste finché ebbero pellicce e gioielli da vendere, poi costrette a consegnarsi e rinchiuse in un lager a trasportare massi. Finite di stenti, sepolte chissà dove".
Quali rimborsi o sussidi è riuscito ad avere, finora, dallo Stato italiano?
"Nel 1953 ho chiesto 14 milioni; ne ho avuti, dopo anni due e mezzo. A Roma, dove mi ero stabilito nel dopoguerra per i contatti con i ministeri, gli emissàri di Tirana hanno cercato un paio di volte di ammazzarmi. Alla fine Gaetano Martino, allora ministro degli Esteri, mi disse: "Altezza, è meglio che vada via da Roma per un pò. La provincia è più tranquilla". Così sono venuto a Vigevano a fare l'ambulante. Ma da tempo non sono più in grado lavorare e nemmeno di lottare con la burocrazia, scrivere ricorsi e reclami. Cari signori di Roma, volete decidervi a salvare quel poco, o tanto, che resta della mia vita?".
Lorenzo Vincenti
Fonte: Oggi, 21/3/1984
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